Stan è una delle opere più geniali dell’altrettanto geniale Eminem.

L’artista prende un pezzo di Dido, ne campiona una strofa e ci costruisce una storia che nulla ha a che fare con la canzone originale.

E’ una storia che mi colpì molto alla sua uscita e che, a distanza di anni, risentita per caso tra mille MP3 ascoltati “a random” in macchina mi ha innescato una serie di ragionamenti sulla responsabilità di chi fa comunicazione.

Torniamo a Stan, che è un immaginario fan (un po’ picchiatello, invero) di Slim Shady, l’alter ego creato da Eminem. In breve la storia è questa: Stan scrive a Slim Shady una serie di lettere che raccontano la storia di un uomo che, passo a passo, missiva dopo missiva, entra in una spirale sempre più distruttiva, sino al tragico epilogo.

Una spirale che, forse, si sarebbe arrestata se Slim Shady avesse risposto in tempo ad almeno una delle lettere.

E questo immediatamente mi pone di fronte a una questione importante: i moderni media sono rapidi e dispersivi, ma, se abbiamo una sia pur minima esposizione e un sia pur minimo seguito, è importante rispondere sempre a chi ci contatta.

Ma non solo, tutto quello che noi pubblichiamo può influenzare la vita di chi ci segue, anche per un solo attimo. Quell’attimo per noi potrebbe essere insignificante, ma per il nostro interlocutore potrebbe essere un momento importante della sua vita.

Tra le sue varie bugie, il marketing ci vuol fare credere che la comunicazione attraverso i media, soprattutto quelli digitali, sia in qualche modo “fredda“.

Ma non è così, chi ci segue non è un “target” al quale vendere qualcosa, ma un insieme molto complesso e delicato di individualità con le quali occorre instaurare una comunicazione completa e rispettosa.

Il medium è “freddo“, ma sono “calde” le azioni e le reazioni dei nostri atti comunicativi.

Dall'”altra parte” potrebbe esserci Stan, non lasciamolo solo.