“Ma sì, dai, in fondo tu fai fotografia commerciale…”.

Ecco, quante volte avrò sentito questa frase, che, spesso, nasconde un neanche troppo velato insulto o, come minimo, un po’ di disprezzo.

Bene, sinceramente non trovo nulla di male e di meno gratificante, rispetto alla “fotografia d’arte”, nel mettere la mia professionalità, che include aspetti forse più complessi di quanto sembri, al servizio di un ben definito committente.

Lavorare nel “commerciale” significa anche sapere interpretare servizi e prodotti, interloquire con le necessità del cliente ed essere in grado stimolare desideri e sentimenti del pubblico.

A tutto ciò aggiungiamo pure capacità autoriali, progettuali e di comprensione di vari aspetti della comunicazione.

La fotografia commerciale è, per me, al momento uno dei pochi esempi di “pop art”, nel senso che parla di merci e di servizi, del mondo del commercio, con il quale tutti ci confrontiamo ogni giorno, di consumi, desideri, necessità e scambi, un insieme che rappresenta un valido esempio di cultura popolare.

La libertà dell’autore non deriva dal suo essere “borderline” e un po’ “puzzone e snob”, ma, al contrario, dal sapere convincere committenti e pubblico con le proprie idee, esprimendo concetti e “raccontando storie” non banali, come insegna l’esempio dell’esperienza Benetton/Toscani.

Per concludere, non me ne vogliano gli “artisti puri”, ma, alla fine, se con le tue idee ci paghi le bollette, allora sei commerciale, senza via di scampo, qualunque sia il tuo campo di gioco.

 

Mammutrail 2015 - 3