Ebbene sì, non sono un grande amante dei “generi”: in fotografia, così come in altri ambiti espressivi, per me sono confini tanto inutili quanto pretestuosi.

E, tra i generi fotografici, uno che a volte mi muove moti di fastidio c’è la street photography, tanto che mi ci riconosco poco tanto come fotografo, quanto come spettatore.

Per esempio, tra le mostre fotografiche che ho visto, quelle che mi hanno lasciato più perplesso vi sono, tra le le altre, alcune di Cartier-Bresson e la più recente di Vivian Maier.

Prima di saltarmi alla giugulare, leggete le mie motivazioni e, alla fine del post, qualche considerazioni sulla “cura”.

  1. Le foto vengono “rubate”. Spesso l’interazione con il soggetto è nulla, o, almeno, ci si illude che sia così. La mia opinione è opposta: non provo emozione davanti a un’immagine che non sottintenda l’amoroso e sensuale triangolo soggetto-fotografo-spettatore.
  2. Può essere un esercizio un po’ ruffiano. Ammettiamolo, scattare belle foto di persone nella New York degli anni ’20 deve essere stato molto facile e gratificante, provate a fare lo stesso a Casalpusterlengo oggi! Dovrete andare a caccia di immagini e creare situazioni, non limitarvi a raccoglierle furbescamente.
  3. E’ autocelebrativa. Un po’ si, molte immagini di street sono indubbiamente belle e colpiscono. E poi?
  4. Il suo valore si riduce all’attimo. Molte di queste immagini sono talmente “forti” nel congelare l’adesso, che non dicono nulla del prima e del dopo.
  5. Le foto sono un po’ tutte uguali. Ebbene sì, provate a farvi una scorpacciata di street e mi darete ragione…

Il rimedio?

Forse iniziare a praticare la street photography pensandola in termini di reportage, arricchendola di intenti, di valore sociale e di partecipazione.