Nel corso dei miei workshop ho sempre di più la conferma di quanto il livello medio di conoscenza della fotografia sia ormai alto.
Non so se abbia ormai più senso parlare di fotoamatori, quando ci si trova a interagire con persone che scattano spesso con apparecchiature full-frame, che conoscono la tecnica di scatto e che, in fase di postproduzione, hanno esigenze e curiosità sicuramente avanzate.
Persone che, in definitiva, padroneggiano efficacemente il linguaggio fotografico.
E’ evidente che il confine tra i “pro” e una nuova e vasta categoria di fotografi si assottiglia sempre di più.
Le differenze metodologiche e di ideazione ci sono, i “pro” sicuramente “vincono” in questo senso, ma dal punto di vista dell’efficacia e della bellezza dell’immagine è molto difficile distinguere i due ambiti.
Con buona pace di chi ha fatto (e può ancora fare) della fotografia il suo mestiere, ora il confronto con altri tipi di fotografi è inevitabile.
Cadono certi privilegi, primi tra tutti la possibilità di investire ingenti capitali in attrezzatura (che ora costa molto meno, oltre al fatto che la sparizione della pellicola ha notevolmente economizzato la produzione) e l’accesso al “sapere” fotografico.
In più, cade un altro limite per gli amatori: la difficoltà di accesso a luoghi che sino a poco tempo fa erano raggiungibili, per costi e logistica, solo a pochi.
Si va in Patagonia con un costo abbastanza accessibile, l’Islanda è costosa ma la si gira tutta in jeep, i soli Stati Uniti offrono possibilità infinite, con un costo non distante da una vacanza sul suolo italico.
Pensiamo, poi, che i fotografi “local” di paesi “in via di sviluppo”, africani, asiatici o altro, hanno accesso in tempi rapidi a incredibili bellezze sul loro territorio (per non parlare del reportage), a costi infinitamente inferiori, per un committente europeo o americano, della trasferta di un suo fotografo.
Il digitale, Internet, la rapida diffusione delle informazioni e la possibilità di viaggiare sono solo alcuni dei fattori che ci costringono a evolverci, non solo professionalmente.
Così come i musicisti non possono permettersi più di vivere di diritti d’autore (la pirateria ha ucciso la vendita della musica), ma devono ricominciare a sudare sul palco, noi fotografi dobbiamo fare didattica, lavorare con i produttori di materiale, imparare a fare conoscere il nostro lavoro e noi stessi.
E’ una buona occasione, non sprechiamola rifugiandoci nel “bel tempo che fu”, covando rancore e frustrazione.
Il nostro know-how è ormai un “segreto di Pulcinella“, la sua trasmissione, insieme alla consulenza e alla collaborazione  con altri colleghi, è ora invece per noi un’occasione di crescita non solo professionale.