Qualche tempo fa vi ho presentato qualche considerazione più “filosofica” su ciò che io ritengo renda riconoscibile un fotografo come professionista.

Oggi vorrei andare più sul pratico e, in un certo senso, sul “mercantile“.

Essere professionisti non significa scrivere “photographer” sul profilo di Facebook, ma vuol dire entrare nella mischia, accollandosi i rischi di un’attività, freelance o dipendente.
Da freelance il passaggio è, banalmente, la fatturazione, ossia la trasformazione delle vostre idee in denaro.

Che il lavoro sia indipendente o dipendente, essere professionisti significa anche sapere di appartenere a una categoria, rispettandone molte regole, prima tra tutte il giusto compenso.

Se, pur di apparire, svendete o regalate le vostre immagini (che giocoforza saranno di basso livello, nessuno può garantire una buona produzione con budget inadeguati o inesistenti), fate prima di tutto del male a voi stessi, rovinando un mercato nel quale, in teoria, state cercando di posizionarvi.

Essere professionisti, infine, significa soprattutto rapportarsi con la committenza, garantendo idee, qualità e capacità autoriali e progettuali.

Il “photographer” gode del plauso della Rete, il professionista lavora duramente per convincere il committente e, soprattutto, il pubblico del medesimo, generando reddito per il proprio cliente e, ovviamente, per se stesso.

Tutto il resto è un gioco più o meno divertente, che però nulla ha a che fare con la professione.