Mi trovo sempre più d’accordo con Giovanni Gastel: la fotografia, da mezzo tecnico, sta diventando una vera e propria lingua transnazionale.

L’ampia diffusione delle immagini si traduce anche in crociate e preoccupazioni, a mio avviso fuorvianti e ingiustificate.

Ci si pone il problema della bellezza e del significato dei milioni di immagini che quotidianamente si riversano nella Rete.

Ebbene, a me queste immagini piacciono tutte, anche quelle esteticamente più riprovevoli e quelle prive di significati “importanti”.

Mi piace l’idea che chiunque abbia un telefonino possa esprimersi fotograficamente, così come ciascuno di noi può scrivere, cantare e disegnare.

Queste foto mi piacciono, come mi piace il fischiettio stonato del corriere che mi porta i pacchi, così come mi piacciono i deliri leghisti delle due signore sedute di fianco a me in questo momento sul treno.

Mi piacciono perché sono il rumore di fondo del nostro essere umani, espressioni a volte brutte e inutili, che però permettono a ciascuno di noi di dire al mondo “ci sono”.