Il gusto e l’espressione di ciascuno di noi è spesso profondamente influenzato dal nostro vissuto. O, almeno, così lo è per me che, dal punto di vista visivo, sono convinto di essere stato influenzato da due periodi fondamentali della mia vita: la fine degli anni ’60 e i ’70 e gli ’80.

Per il primo periodo, l'”imprinting” arriva, più che dalla fotografia, dal mondo del fumetto e della pubblicità.

Soprattutto ricordo i numeri di Linus dei miei genitori che, da bambino, sfogliavo, affascinato dal tratto di Sydney Jordan (Jeff Hawke) e dalla Valentina di Crepax (sì, va bene, ero un po’ precoce…). E così per le meravigliose pubblicità  di quegli anni, che popolavano le poche riviste che mi capitava di guardare e i muri delle città nelle quali ho vissuto da bambino. E, con la pubblicità, cominciavano a comparire i primi colori, a volte un po’ scialbi, altre leggermente approssimativi.

E poi… bum! mi sono trovato catapultato nei supersaturi anni ’80, più cresciutello. Sì, mi sono goduto molto quel periodo, anche nella sua “tamarraggine” iconografica.

E così rimango ancora oggi “in bilico tra Ilford e Velvia”, con un approccio all’immagine che mi piace giocare sui confini, con un colore desaturato e saturato laddove mi serve e, spesso, con un bianco e nero che conserva flebili tracce di colore.