Frequento Internet da moltissimo tempo, da ancora prima che si chiamasse così.

Penso di conoscerlo abbastanza bene, limiti inclusi.

Non ho mai creduto che la Rete potesse essere una panacea universale, ma è, semplicemente, uno strumento, a volte utilissimo, altre inutile, altre ancora dannoso.

E’ anche un volano di semplificazioni, mistificazioni e illusioni.

Uno dei più grandi miti di questo secolo è che si possa “diventare qualcosa o qualcuno” attraverso Internet.

In questi giorni, a titolo di esempio, ha larga diffusione la favoletta del giavellottista keniano Julius Yego, che avrebbe migliorato la sua tecnica guardando su Youtube video di altri atleti, come Jan Zelezny e Andreas Thorkildsen.

Una simpatica ed edificante storiella, perfetta per i giornalisti, ma, dietro al suo successo, credo che ci sia una storia più reale e più bella, fatta di dedizione, sacrificio, di allenamenti e allenatori “reali”, di voglia di vincere e di tanta, tanta fatica.

Non è neanche una favoletta così nuova: da sempre nello sport si guardano i video (delle gare, delle partite, …) per individuare spunti interessanti, ben prima del Tubo.

Ancora, mi spiace, ma non credo che si diventi giavellottisti (ma neanche medici, o fruttivendoli, o poliziotti, ladri, imbianchini o qualsiasi cosa) con e tramite Internet.

Al massimo si può fingere di esserlo in Internet.

Il DIY (Do It Yourself), inteso come pratica solitaria e autarchica, è fallimentare sotto tutti i punti di vista, soprattutto quello delle relazioni umane e della crescita personale (siamo animali sociali, non si sfugge).

Usiamo, quindi, Youtube per “approfondire superficialmente” un argomento, per farci quattro risate, per rilassarci, ma, purtroppo per noi, per primeggiare, o almeno per competere, c’è un solo metodo, che gli anglosassoni riassumono efficacemente in “to practice, to practice, to practice“.

Possibilmente nel mondo fatto di atomi, non in quello dei bit.