Tra le caratteristiche del Web 2.0 e, soprattutto, dei social network e delle community, ci sono sicuramente velocità e asimmetricità.
Creiamo e condividiamo un’informazione e, in tempo quasi reale, la stessa ci fornisce un feedback (commenti, “like”, …) e, attraverso la condivisione, cessa di essere nostra, diffondendosi in modo a volte incontrollato e incontrollabile.
Questo fenomeno amplifica spesso gli aspetti meno nobili del nostro ego, il desiderio di esposizione e di facile consenso.
Attraverso un mezzo come Internet sovente questi due risultati si ottengono, proprio per la velocità del media, attraverso l’effetto e l’artificio.
Non importa il soggetto di una fotografia, conta soltanto dimostrare, stupendo lo spettatore, che siamo dei maghi di Photoshop.
In modo analogo, l’esercizio della scrittura spesso sfocia nella vuota retorica.
Intendiamoci, non sono contro la tecnica, se no come si spiegherebbero la mia attività di formatore, molti dei contenuti di questo blog e tutto il mio lavoro di autore di libri e di giornalista, oltre che quello di fotografo?
La tecnica deve essere conosciuta e padroneggiata, ma contemporaneamente, messa al servizio della “storia”, così come lo deve essere il narratore.
Ciò non significa che dobbiamo essere degli sterili cronisti, dobbiamo raccontare la “storia” con la nostra visione e il nostro stile, ma tenendone sempre a fuoco la centralità.
Storytelling, non esposizione dell’ego.